venerdì 4 febbraio 2011

La teoria utopica dell’ Uomo Nuovo

La teoria dell’ Uomo nuovo pone le proprie basi sulla volontà di risolvere la questione delle necessità primarie dell’uomo. Di conseguenza, il presupposto fondamentale è conoscere la risposta alla semplicissima domanda: quali sono le necessità primarie di un uomo? Secondo la tesi che vado illustrando, queste necessità sono tre. Innanzitutto, si intendono necessità primarie i bisogni assoluti dell’uomo, cioè i bisogni che, obbligatoriamente, deve soddisfare per non morire. Queste necessità primarie che si trasformano in diritti fondamentali sono: 

1)      Il diritto di avere una casa dignitosa nella quale poter vivere
2)     Il diritto di avere nutrimento, il minimo indispensabile per sfamarsi
3)     Il diritto di essere curato, in caso di malattia, da persone capaci di farlo

Essendo queste le necessità primarie, uno Stato civile in senso assoluto, e non il finto Stato civile sodomizzato dal capitalismo sfrenato nel quale viviamo, deve garantire questi bisogni assoluti a chiunque, senza nessuna differenza. Uno Stato capace di garantire queste condizioni può aggiungere a queste necessità primarie un valore aggiunto per la società, il diritto allo studio, unica necessità secondaria.
Si sostiene che un uomo all’interno di una società così costituita possa vivere dignitosamente la sua vita senza altre preoccupazioni esistenziali al di fuori di quelle che la condizioni umana impone.
Ma, in che maniera assicurare questi diritti? Modificando radicalmente tutta la struttura dell’attuale società?
Secondo questa teoria, l’organizzazione della società nella sua quasi totalità potrà rimanere quella attuale. I meccanismi che la animano rimarranno gli stessi. Il sistema sanitario e quello della scuola pubblica, in sostanza,  già viaggiano sulla lunghezza d’onda appena descritta, e cioè, già tentano di garantire a chiunque sia le cure mediche che l’istruzione primaria. In questi due casi bisogna solo migliorare in trasparenza e meritocrazia. Questione fin troppo nota.
Il punto è, infatti, avviare un organizzazione tale da poter garantire le altre necessità primarie rimaste, la casa ed il nutrimento.
Lo Stato si dovrebbe preoccupare di costituire una quantità di residenze a sufficienza per tutti e assegnarle con un sistema molto semplice che qui di seguito tenterò di spiegare, prima di passare al meccanismo economico.
Bisognerebbe costruire edifici residenziali con appartamenti di diversa tipologia e metratura a seconda che debbano ospitare una o due persone, o una famiglia di tre, quattro o cinque persone. Quindi, per esempio, appartamenti di 35 mq per una persona, 50 mq per due persone o 70 mq  per una famiglia con un figlio, 90 mq con due figli, 120 mq con tre figli. Un ufficio pubblico comunale dovrebbe gestire l’assegnazione, permettendo al cittadino anche di scegliere in quale area della città abitare, disponibilità permettendo. Per le questioni urbanistiche e di organizzazione della città si rimanda a studi di fattibilità e sostenibilità sull’espansione della città da sottoporre all’attenzione di architetti validi.
Il diritto ad avere il minimo indispensabile per nutrirsi, invece, dovrebbe essere risolto con un assegno familiare.  Per esempio, 150 € per una persona, 250 € per un nucleo di due persone, con un massimo di 500 € per una famiglia di quattro persone.
Tutte quelle esigenze in più e quelle spese in più, che una persona ha o che una famiglia vuole permettersi, devono essere sostenute autonomamente. Di conseguenza per possedere oggetti comuni, per fare una vacanza, per comprarsi una macchina, una cucina più bella, un motorino, una chitarra o qualsiasi altra cosa, bisognerà comunque trovarsi un lavoro che frutti un guadagno. Lo stesso varrebbe per quelle famiglie che desiderano un nucleo familiare più numeroso, dovranno far fronte con i loro guadagni ad una famiglia più grande. Non assillati, però, dal pensiero delle necessità primarie.
Esempio pratico
Un individuo di 21 anni decide di lasciare il proprio nucleo familiare e andare a vivere da solo. Si reca all’ufficio di assegnazione delle unità immobiliari e sceglie, in base alla disponibilità, un appartamento di 35 mq. Da questo momento percepirà un assegno di 150 € mensili per il proprio nutrimento. Un giorno decide di convivere con un’altra persona. Insieme si recano sempre allo stesso ufficio e si fanno assegnare un’altra unità immobiliare, abbandonando le loro rispettive dimore precedenti. Questa volta gli spetterà un appartamento di 50 mq, da scegliere laddove vogliono, considerando sempre le disponibilità nelle varie aree della città, ed un assegno di 250 € mensili. Se un giorno avranno dei figli si trasferiranno, allo stesso modo, in appartamenti sempre più grandi in proporzione al nucleo familiare (max 4 persone) ricevendo un assegno massimo di 500 € mensili. Se volessero vivere in appartamenti più grandi o in case isolate e più lussuose, avere più figli o spendere di più per vivere, dovranno provvedere con i propri mezzi economici.
Esattamente come oggi, ci saranno le persone più ricche e quelle meno ricche, quelli che si accontenteranno e quelli che non dormiranno la notte per avere sempre di più. Ma non esisteranno i poverissimi, quelli che devono lavorare tutto il giorno per pagare l’affitto e comprare qualcosa da mangiare. O quelli che, allo stato attuale, pur avendo lauree con 110/e lode, non hanno uno straccio di lavoro e vivono snervati per una vita intera tentando di sbarcare il lunario. Scomparirebbero coloro che in questa vita saranno sempre e solo delle tristi comparse, di cui troppo poco ce ne si occupa.
La domanda a cui tutti state pensando è: come funzionerebbe questo meccanismo dal punto di vista economico?
Abolendo le pensioni, che non avrebbero più senso, lo Stato con i soldi delle tasse, che rimarrebbero tali, avrebbe una prima cassa, non trascurabile, da cui attingere. Poi, diminuendo drasticamente le spese riguardanti lo sviluppo delle grandi infrastrutture stradali e lo sviluppo ulteriore del sistema viario (qui ritenuto inutile perché obsoleto come sistema di trasporto merci e da rendere meno appetibile attraverso la diminuzione delle tariffe di trasporto aereo e di trasporto su rotaie) avrebbe un’ulteriore fondo-cassa. Questa sarebbe ulteriormente rifornita di denaro disponibile se si aggiungessero drastici tagli ai costi del Ministero della Difesa. Si potrebbero poi utilizzare  i soldi del canone RAI (1,6 miliardi di euro nel 2009) invece di strapagare Giletti, Amadeus, Conti e altri coglioni simili.  Queste sono, credo, solo alcune delle ipotesi finanziarie da perseguire, e certamente non formulate da chi di dovere. Solo questi pochi interventi sarebbero capaci non solo di far fronte alle necessità primarie, di cui sopra, ma anche di sostenere le attività culturali e scientifiche.
Questo modello di sviluppo pone la questione della dignità umana al primo posto e in secondo piano il sistema delle banche, della borsa e del sistema speculativo che sta annientando la vita di intere generazioni. Inoltre, riconsidera la vita come una straordinaria avventura da affrontare nei modi più diversi e rimette al centro delle attività umane l’interesse per la conoscenza e la scoperta. Aiuta a far comprendere che la felicità è un fatto del tutto personale e non ci suggerisce che questa sia imprigionata nella rincorsa al denaro. In questo modo l’uomo  potrebbe scegliere di dedicarsi alla ricerca scientifica o alla scultura o a quello che più desidera, accontentandosi dei beni di consumo che riesce a permettersi ma dando totale sfogo al suo essere. Sarà davvero libero. Questo modello è capace di  farci intravedere le numerose possibilità che abbiamo di vivere questa vita, senza avere l’affanno di  chi sopravvive ma non vive.

P.S.: Ovviamente gli Stati Uniti d’America non dovrebbero rispondere con un embargo economico totale, come quello inflitto a Cuba, per tentare di dimostrare che la strada intrapresa non è attuabile praticamente e che l’unica strada praticabile è la loro. Si, lo so, l’America a volte è più che fascista … ridicola, volevo dire ridicola.

venerdì 28 gennaio 2011

11 domande a ... Beniamino Servino


disegno di Beniamino Servino

Undici domande come gli undici giocatori di una squadra di calcio. Strutturate con un modulo calcistico, il 4-4-2. La prima domanda non viene conteggiata proprio come il portiere nel modulo di una  squadra. Perché un portiere deve stare per forza in porta, così come un uomo deve essere per forza qualcuno.
Undici domande, sempre uguali, con le quali interrogare tanti personaggi della vita di tutti i giorni, di ogni estrazione sociale, di ogni professione. Per capire se si può comprendere qualcosa in più, cominciando da ognuno di noi.

Le domande:
- le prime quattro sulla vita, come ti difendi;
- le seconde quattro sui sogni, la fantasia al centrocampo;
- ed infine,  il futuro, come bisogna buttare la palla dentro.

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Beniamino Servino è un architetto che vive e lavora a Caserta. Molto riservato e introverso, è considerato uno dei più interessanti architetti italiani.

1.        Ti consideri ottimista o pessimista?
Io sono normalmente pessimista ed ipocondriaco.

2.       Qual è la tua giornata tipo?
E’ ordinaria, è sempre la stessa, è ripetitiva. Una serie di attività che si ripetono. Ogni tanto introduco una nuova occupazione togliendone un’altra, in modo che il numero di cose da fare sia sempre lo stesso.
Molto ripetitiva, molto ordinata. Ogni parte della giornata [e ogni cosa che faccio] ha sempre come rumore di fondo l’attenzione analitica per l’ambiente fisico che mi circonda.
In forme diverse, con un’elasticità di strumenti, dal pensiero alla scrittura, alla lettura, alla navigazione in rete, al disegno tecnico.
Diverse forme di pensiero architettonico.

3.       Cosa ti piace ascoltare in questo periodo?
Io ascolto sempre la radio, radio 3. Quando sto in bagno radio 1. A volte in macchina metto qualche cd. Per me radio 3 è associata all’ambiente di lavoro, mentre nel bagno mi piace ascoltare i notiziari e i servizi di radio 1.

4.       Qual’ è l’ultimo libro che hai letto o che stai leggendo?
Scritto di notte, un’autobiografia di Ettore Sottsass.

5.       Che cosa faresti, potendo, domani e nei prossimi giorni?
Potendo, continuerei a fare le stesse cose, aggiungendo una qualità diversa. Nel senso che se avessi più soldi mi servirei di ulteriori strumenti per aumentare la qualità delle cose che faccio, però farei sempre le stesse cose.

6.       Chi ti piacerebbe incontrare?
Ho ridotto veramente a pochi individui la rete delle mie relazioni. Mi piacerebbe incontrare persone con le quali ho un’affinità di tipo emotivo. Sarebbe bello, però, incontrare anche qualcuno che ti fa ripartire da zero.

7.        Chi ti piacerebbe rivedere?
Nessuno. Significherebbe ritornare a parti di vita passata, significherebbe attivare pericolosi meccanismi di nostalgia.

8.       L’altra vita che avresti voluto vivere, qual’ è?
Non ci credo. Questa vita che vivo è quella che, lentamente, ho voluto. Per scelta il più delle volte, per inerzia altre. Non ho mai pensato ad un’altra vita.

9.       Quale notizia vorresti leggere domani?
Che attraverso nuove cure, nuovi modi di vivere, nuove invenzioni e scoperte si è ridotta al minimo possibile la sofferenza degli uomini

10.   Che cosa auspichi per Caserta?
Non riesco a immaginare una trasformazione di questa città, è così segnata. Sparirà Caserta, così come spariranno altre città e altri agglomerati in cui la civiltà e il senso di solidarietà non sono alla base della convivenza.

domenica 16 gennaio 2011

Nessun percorso da seguire.Nessuno schema.

Immagine di Giancarlo Covino

Non c’è nessun percorso da seguire. Non c’è “la” strada. C’è solo “una” strada, quella che non esiste ancora. La strada che stiamo costruendo. Nessuno può dirci dove vada, che cosa c’è in fondo. Nessuno può dirci se è sbagliata. Che cosa sarebbe giusto o sbagliato?  Esistiamo solo noi e nessun altro quando si tratta di decidere della nostra strada. E’ la nostra strada. Potrebbe non esistere, potrebbe non essere un qualcosa di già visto, e per questo potrebbe fare paura. Credo che meno sia ordinaria e inconsueta e più sarà bella. E’ questo il metro di giudizio per chi non si accontenta. Bisogna vivere, non sognare di farlo. Me lo ripeto sempre. Ma vivere è difficile, se la mettiamo in questi termini, significa mettersi in gioco, non seguire un percorso solo perché è di fronte a noi o perché è il più semplice per guadagnare qualcosa, per avere una famiglia, per avere un lavoro. Sembra quasi impossibile vivere veramente se ci soffermiamo a pensare: come si vive veramente? Non come ci hanno insegnato i media, i giornali,  i politici, gli amici, i cattivi libri. Nessuno ci può insegnare come si vive. Questo è il punto. Rimboccarci le maniche per costruire una strada, una strada che non esiste ancora, non per sopravvivere alle condizioni degli altri. Alle condizioni dei genitori. Alle condizioni di quelli che ci consigliano che è meglio così. Dicono: “Accetta quel lavoro, vedrai, con il tempo ti piacerà”,  “non preoccuparti è solo l’inizio poi ti abituerai”, “e che deve dire allora quello, guardalo”, “anche se non ti piace sei fortunato ad avere un lavoro di questi tempi”, “tieniti stretto il tuo lavoro, non importa che non hai tempo libero, poi cambierà”. E ancora: “non è così che si educano i figli”, “in ferie si va ad Agosto”, “ ma come, perché oggi non lavori ? Che cosa fai senza fare niente ?, “vai a letto tardi per dipingere e ti svegli a mezzogiorno, ma che vita é? Non è così che si fa”…
Ma la Gioia, dov’è la Gioia ? La Gioia della vita.

E’ la sovrastruttura che l’uomo, con l’aiuto dei mass-media, ha costruito intorno al concetto originario di gioia che ci ha fatto completamente perdere contatto con essa. La Gioia di vivere. Con il tempo, i media, e quindi la società che noi abbiamo via via delineato, ci hanno inculcato, attraverso continui ammaestramenti, il surrogato della gioia. Così come entrando in salumeria compriamo il sugo pronto che ci ricorda tanto il sugo fatto in casa dalla nonna. Il problema è che il ricordo del sugo della nonna nel tempo si affievolito sempre di più fino a scomparire del tutto. Alcuni sono convinti che il sugo fatto in casa dalla nonna si sia sempre trovato in salumeria. E’ stato inventato da qualche grande produttore. Abbiamo dimenticato dove è nato quel sapore. Non sapremmo più riconoscere quello autentico perché, di generazione in generazione, è stato tramandato sempre meno. Nessuno lo conosce. E’ quello che è accaduto alla gioia, alla felicità. Ci accontentiamo di credere che sia quella di cui parlano tutti, di cui tutti sono convinti. Abbiamo dimenticato che la gioia è una esperienza personale, un viaggio soggettivo dell’anima. Nessuno potrà mai dirti come raggiungerla e che cosa sia.
Perché un lavoro dovrebbe piacermi con il tempo ? Forse perché non c’entra niente con me e con la mia visione della vita, con i miei sogni, con le mie passioni e con le mie ambizioni. Solo quando tutte queste idee saranno finalmente dimenticate e camminerò su un terreno arido, che non potrà più dare frutti, morto da tempo, solo allora mi abituerò ad esso. Forse è per questo. 

Non ha importanza se non mi rimane tempo libero ? E perché mai dovrebbe avere importanza, chissà quante altre vite avrò ancora a disposizione. E poi con il passare degli anni mi ritroverò ad essere talmente abituato a lavorare solamente, che non avrò più voglia di andare neanche in pensione. E quando imperterrita arriverà obbligatoriamente anche la pensione che migliaia di anni luce prima anelavo, non saprò nemmeno che farmene. Peggio, mi sentirò finito. Quante brave persone ho visto morire dopo pochissimi anni di pensione, che fino a quel momento erano state in perfette condizioni fisiche, e non  desideravano altro che dedicarsi un po’ a se stessi, e che invece si sono ritrovate a non saper minimamente cosa fare di tutto quel tempo. Perché troppo ne era passato a mettere da parte e pian piano dimenticare tutto quello che erano. Perché è da quello che siamo che traiamo quello che facciamo. Perché è da quello che sogniamo di essere che decidiamo quello che faremo.

Ovunque ti proporranno il surrogato della gioia, abbi coraggio, non ti curar di loro ma guarda e passa. Amen.

sabato 18 dicembre 2010

Ci conviene non avere più una torta da spartire in pochi ?


In questi giorni di dure manifestazioni di dissenso mi sono spesso interrogato sul fine di queste azioni. Perché tutta questa voglia di cambiare, di trovare una soluzione tutti insieme, cantanti, attori, musicisti, artisti, studenti, sindacati, gente comune eccetera, al momento delle elezioni sembra perdersi in uno schiocco delle dita. Tutto diventa fumo. Per andare a fondo, la mia domanda è: perché poi si votano sempre gli stessi? Parlo di destra e di sinistra.  Perché al momento di votare non ci ricordiamo che bisognerebbe non votare sempre gli stessi. Non faccio nomi, perché basta che li conosciate per sentito dire e già vi dovreste rendere conto che, solo per questo, sono le persone sbagliate. Se solo ci informassimo su chi ha già ricoperto una qualsivoglia carica politica e non lo votassimo solo per questo motivo, credo che già faremmo un grande passo in avanti. Gli ideali politici non esistono più e se esistono non servono a niente, non ci hanno portato da nessuna parte. Allora perché votare PDL? Perché votare PD? Perché votare qualsiasi altro partito che per il solo fatto di essere tale è un errore radicale per l’Italia che vuole cambiare? Se voti una delle due fazioni perché vuoi entrare nel giro, perché sogni di essere un di loro, allora sei giustificato, non sei certo tra quelli che vogliono cambiare davvero le cose. Quanti ne conosco di questa specie. In sostanza si lamentano non perché l’economia va male, non perché sono circondati da famiglie che vivono in condizioni tristi, non perché i loro stessi figli sono sfruttati o snervati dall’assenza di lavoro,  non perché non arrivano a fine mese o non ci arrivano nelle stesse condizioni di prima, si lamentano perché sono rimasti fuori dai giochi. Fuori dai giochi dell’Aquila. Fuori dai giochi dell’Expo. Pian piano, fino a chi è rimasto fuori dai giochi del proprio paesello, fuori dall’ultima piccola lottizzazione del minuscolo paese di montagna. Protestano per questo,  perché loro non possono spartirsi la torta. Tra la destra e la sinistra la differenza sta nel come si spartiscono l’Italia. Al PDL la gran parte della torta va al primo ministro “il cavaliere”  e il resto, sbriciolato in pezzettini sempre più piccoli, al resto dei politicanti, dal più grande in carica al più insignificante “Cetto La Qualunque”. La stessa identica dinamica di spartizione avviene nel PD, con l’unica differenza che loro essendo “democratici” spartiscono in modo più equo. Il primo ministro, eventuale, prenderà, della torta, molto meno del cavaliere, lasciando più spazio agli altri e facendo partecipare più persone ai giochi. E’ tutto qui l’ideale della sinistra del grande manovratore D’Alema. E allora perché continuiamo a votare i grandi partiti? Forse perché le cose potrebbero cambiare veramente, votando perfetti sconosciuti capaci di fare l’interesse del Paese. E ci conviene non avere più una torta da spartire in pochi? O è meglio continuare a sognare di far parte, prima o poi, dei giochi e così cambiare in un sol colpo la nostra vita?

 E qui vengo al punto. Perché il Movimento Cinque Stelle prende così pochi voti? Qualcuno dirà, a cominciare da loro stessi, che non sono mica pochi per un movimento nato su internet senza pubblicità canoniche, per esempio la pubblicità televisiva dei telegiornali e dei talk-show. Per me sono pochi, in un Paese alla rovina che desidera una svolta. Che ha bisogno di una svolta. Qualcuno dirà che gli è antipatico Beppe Grillo e per questo non prende in considerazione il movimento. Sappiate che il movimento è autonomo anche da Beppe Grillo, che non sta simpatico neanche a me più di tanto, soprattutto da quando ha iniziato ha parlare contro tutti indistintamente. Condivido pienamente la stragrande maggioranza delle tesi di Grillo, che coincidono con quelle del Movimento,  e sono certo che Grillo ha il pieno merito di aver dato l’avvio al Movimento Cinque Stelle. Ma per il resto non credo che, quest’ultimo, sia sotto la sua gestione, tant’è che proporrei, per questa ragione, l’esclusione dell’indirizzo del blog di Grillo dal logo del movimento. A scanso di equivoci.

E comunque, credo di conoscere il motivo per il quale questo movimento autonomo, di giovani sconosciuti ma capaci , prende pochi voti. L’ho anticipato prima. Perché cantanti, attori, musicisti, artisti, studenti, sindacati e anche gente comune crede ancora di avere una possibilità in più se a “salire” sono quelli che conosce meglio, quelli di cui ha sempre fatto parte. C’è anche una cospicua parte di professionisti, architetti, avvocati, commercialisti, medici che sono certi di ritornare nei giochi. Che non hanno interesse a rinnovare ma solo a ribaltare l’organizzazione, per riprenderne almeno per i prossimi cinque anni le redini, e mettere da parte qualche milione di euro per il successivo cambio palla. Questa è l’Italia, questo è il popolo italiano. E non credo di aver scoperto l’acqua calda.

venerdì 10 dicembre 2010

Trasparenze contemporanee


E’ oramai un’ anno che la biblioteca pubblica di Caserta è chiusa. Quella nuova è pronta, o almeno, così dicono. D’altronde, tra il dire e il fare, a Caserta, c’è sempre di mezzo la politica. E la politica i casertani la conoscono meglio degli altri. Tant’ è, che nessuno come i casertani riesce ad accorgersi, con tanta accortezza, quando le “cose” non vanno più bene e bisogna cambiare il Sindaco. Le “cose” non vanno più bene quando si avvicina la fine del mandato. E' allora che a Caserta inizia il malcontento, quando si avvicinano le votazioni. Strano. 

Ci sono già state le primarie ed è stata una vittoria per la democrazia. Il numero dei votanti si è dimezzato ma “è stato un bel risultato”. O almeno, così dicono. D’altronde, tra il dire e il fare, a Caserta, c’è sempre di mezzo la politica.

Ma veniamo a ciò che mi interessa di più, la biblioteca. Un’ anno fa ne avevamo una. Sono riusciti a farci rimpiangere anche una delle biblioteche più brutte d’Italia, la nostra. Uno si affeziona, questo è vero, anche ad una sala grigia.

Ma adesso ne abbiamo una all’avanguardia, moderna, che esprime un nuovo concetto di architettura. Si, perché in tutto il mondo i super-architetti cercano la trasparenza delle mura, noi siamo riusciti ad ottenere l’inesistenza … non dei muri, … dell’ Utilitas. Per questo siamo tranquilli. Si tratta di trasparenze contemporanee. Ci sono, però, diversi spazi a Caserta che soffrono queste trasparenze contemporanee, c’è, per esempio, l’ex Caserma Sacchi o dovrei dire “Covo Brigante Palma”, ma anche quel grosso edificio di fronte alla stazione dei treni, con quattro grandi cortili, con quel grande giardinetto, di cui non mi sovviene il nome. E questi sono solo i due più importanti.

Ma adesso ci saranno le elezioni e forse qualcuno ci prometterà una biblioteca. La stessa di cui  fino ad ora nessuno si è interessato. Sicuramente sarà nel programma di tutti i candidati a sindaco (se ci saranno i programmi). “Riapriremo la biblioteca”. O almeno, così diranno. D’altronde, tra il dire e il fare, a Caserta, c’è sempre di mezzo la politica.  
  
P. s. : La nuova biblioteca sarà un macello.

sabato 4 dicembre 2010

11 domande a … Raffaele Cutillo

Dalla pagina Facebook di Raffaele Cutillo

Undici domande come gli undici giocatori di una squadra di calcio. Strutturate con un modulo calcistico, il 4-4-2. La prima domanda non viene conteggiata proprio come il portiere nel modulo di una  squadra. Perché un portiere deve stare per forza in porta, così come un uomo deve essere per forza qualcuno.
Undici domande, sempre uguali, con le quali interrogare tanti personaggi della vita di tutti i giorni, di ogni estrazione sociale, di ogni professione. Per capire se si può comprendere qualcosa in più, cominciando da ognuno di noi.

Le domande: 
-le prime quattro sulla vita, come ti difendi;
-le seconde quattro sui sogni, la fantasia al centrocampo;
-ed infine,  il futuro, come bisogna buttare la palla dentro.


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Raffaele Cutillo è un noto architetto. Direttore di OfCA, acronimo di Officina Cutillo Architetti, spazio aperto alla cultura dove, tra l’altro, da mesi si tiene la manifestazione “Luci sulla città”, ideata in sinergia con Matteo De Simone, psicoanalista. 

1.        Ti consideri ottimista o pessimista?
Oscillo molto tra i due atteggiamenti, mediamente sono più pessimista che ottimista.

2.       Qual è la tua giornata tipo?
Abbastanza cadenzata e anche abbastanza riconoscibile senza grandi alterazioni. Tutta centrata sul lavoro con pochi spazi al tempo libero e purtroppo pochi alla famiglia, se non il fine settimana.
Cantieri, pochi momenti di pausa, studio e a fine serata mi dedico molto alla lettura di qualsiasi natura, sia cartacea che virtuale.

3.       Cosa ti piace ascoltare in questo periodo?
Ascolto sempre la stessa musica, in genere ascolto musica classica, mi piace molto Mozart, e Bach. E quando capita non mi dispiace ascoltare pianoforti in senso lato, Keith Jarrett.

4.       Qual’ è l’ultimo libro che hai letto o che stai leggendo?
In questi ultimi giorni nessuno, perché preso dall’organizzazione di “Luci sulla città” non ho molto tempo. L’ultimo libro che ho letto è stato quello che ho presentato alla Feltrinelli,  di Cherubino Gambardella, Architettura per definizione. Mi piace molto di più leggere di letteratura pura più che di saggi. I classici. Considero molte delle cose fatte negli ultimi anni delle escrescenze rispetto alla vera natura letteraria, che risiede ancora nei volumi tra Ottocento e Novecento. Non vedo molta evoluzione, a parte qualcuno.

5.       Che cosa faresti, potendo, domani e nei prossimi giorni?
Con gli anni e con l’età, non ti nascondo, che una cosa che mi prende da un po’ di tempo è la solitudine. Rincorro la solitudine, mi piacerebbe avere a disposizione un piccolissimo spazio in una zona isolata per continuare a riflettere. Una cosa che mi piacerebbe molto fare è questa. Come percezione panoramica forte. La percezione visiva mi da molto, molta carica. Molta profondità davanti a me, quindi una vista verso il mare o le montagne, una piccola alcova dove ritirarmi. In perfetta solitudine, portandomi con me gli affetti, ovviamente, ma fisicamente da solo.

6.       Chi ti piacerebbe incontrare?
Spero di farlo nei prossimi giorni. Dovrei partecipare ad un pranzo di Natale con gente povera, extracomunitari, clochard, barboni. Mi piacerebbe incontrare una grande vitalità e sono certo di trovarla in una di queste persone in quel giorno di Natale.

7.        Chi ti piacerebbe rivedere?
Mio padre, … che non c’è. Per verificare quanto io verifico con i miei figli, che sono lo specchio della mia infanzia, dell’adolescenza. Mi piacerebbe fare il lavoro inverso con mio padre. Leggere in lui la maturità avanzata che io sto per raggiungere. Mi piacerebbe sentirla da lui.

8.       L’altra vita che avresti voluto vivere, qual’ è?
Da pesce. Mi piace molto questo senso di libertà assoluta che da il mare e anche la fluidità del movimento. Riscoprire e ritrovare mondi e visioni diverse infimamente. Più una condizione onirica che non fisica.

9.       Quale notizia vorresti leggere domani?
In questo momento mi piacerebbe leggere la notizia di un miglioramento complessivo della salute pubblica, nel senso anche economico, produttivo. Una notizia che riguarda soprattutto la nostra terra, dove finalmente la politica intuisce e riconosce il nostro mondo come qualità culturale, piuttosto che in altre direzioni produttive che sono quelle solite, industriali, di edilizia pura.

10.   Che cosa auspichi per Caserta?

Quello che dicevo. Auspico una riconoscibilità oggettiva degli alti e altri valori potenziali che non risiedano nel continuum legato al commercio, al settore edilizio a quest’affanno del costruire. Mi piacerebbe, invece, recuperare alcune identità, gli aspetti culturali, gli aspetti paesaggistici, gli aspetti legati all’enogastronomia. A tutte quelle cose immateriali che secondo me soggiacciono nelle potenzialità di questo luogo. Che non vengono tirate fuori.

mercoledì 1 dicembre 2010

11 domande a ... Michele Vassallo


Per cominciare, 11 domande a me stesso.
Undici domande come gli undici giocatori di una squadra di calcio. Strutturate con un modulo calcistico, il 4-4-2. La prima domanda non viene conteggiata proprio come il portiere nel modulo di una  squadra. Perché un portiere deve stare per forza in porta, così come un uomo deve essere per forza qualcuno.
Undici domande, sempre uguali, con le quali interrogare tanti personaggi della vita di tutti i giorni, di ogni estrazione sociale, di ogni professione. Per capire se si può comprendere qualcosa in più, cominciando da ognuno di noi.

Le domande:
-le prime quattro sulla vita, come ti difendi;
-le seconde quattro sui sogni, la fantasia al centrocampo;
-ed infine,  il futuro, come bisogna buttare la palla dentro.

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Ho 33 anni, sono architetto e curo questo blog

1.   Ti consideri ottimista o pessimista?
Sicuramente pessimista.

2.  Qual è la tua giornata tipo?
La mattina lavoro al computer nello studio con il quale collaboro e nel pomeriggio lavoro al mio studio, disegno, scrivo, leggo … tento di stare al mondo.

3.  Cosa ti piace ascoltare in questo periodo?
Stranamente musica classica. Stranamente perché non è mai stato così, mi ci sto avvicinando solo adesso.

4.  Qual’ è l’ultimo libro che hai letto o che stai leggendo?
“Aspetta primavera, Bandini” di John Fante. Un libro in cui mi ha colpito soprattutto il rapporto che alcuni personaggi hanno con la religione cattolica. Credo che sia molto realistico quel timore “cattolico” che non ti lascia vivere, che ti soffoca, ma che allo stesso tempo ti dona una finta tranquillità in altri momenti.

5.  Che cosa faresti, potendo, domani e nei prossimi giorni?
Partirei per un viaggio da solo, anche breve. Lo sogno spesso.

6.  Chi ti piacerebbe incontrare e perché ?
Forse me stesso,  per capire che effetto faccio e quante possibilità mi do.

7.   Chi ti piacerebbe rivedere e perché ?
I miei nonni, gli chiederei della loro vita e vorrei che me la raccontassero nei particolari.

8.  L’altra vita che avresti voluto vivere, qual’ è?
Quella di un vagabondo, sempre in giro per il mondo senza punti fissi, ne famiglia. Sempre a fare qualche cosa di diverso in posti diversi per tutta la vita. Fino a rinchiudersi, un bel giorno, in qualche posto e raccontare tutto in un libro. Sarebbe bello e tremendo allo stesso tempo, ed è il contrario di quello che faccio in questa vita.

9.  Quale notizia vorresti leggere domani?
Vorrei leggere che finalmente c’è una possibilità per far ricominciare da capo questo Paese. Senza i soliti, senza nani, senza mignotte, senza mafiosi in parlamento e con un bel po’ di meritocrazia in più.

10.  Che cosa auspichi per Caserta?
Quello che auspico per il paese intero, un cambio di direzione, non il solito, ma uno deciso. Caserta ha tante possibilità ma non ne sfrutta nessuna. Urbanisticamente penso al Macrico che è uno spazio che potrebbe donare un respiro nuovo alla città. Politicamente spero che ci sia qualcuno capace di educare, con le buone o con le cattive,  i costruttori della nostra zona a non pensare, come dei mafiosi, al  solo profitto; perché non dobbiamo dimenticarci che la città è fatta soprattutto di piazze, edifici, strade, servizi, illuminazione e attività culturali.
         Ma, … credo sia impossibile. D’altronde sono un pessimista.